Responsabilità dell’avvocato: errori, risarcimento e difesa professionale
Perdere una causa non significa, da solo, che l’avvocato abbia sbagliato. Allo stesso modo, dimostrare un errore non basta sempre per ottenere un risarcimento. La responsabilità professionale dell’avvocato nasce soltanto quando una condotta non diligente ha prodotto un danno effettivo e quando è possibile dimostrare, attraverso un giudizio controfattuale, che una condotta corretta avrebbe verosimilmente evitato quel pregiudizio o procurato al cliente una concreta situazione di vantaggio.
È questa la ragione per cui una causa di responsabilità dell’avvocato viene spesso definita un «processo sul processo». Per stabilire che cosa sarebbe accaduto senza l’errore occorre ricostruire la controversia originaria, riesaminare eccezioni, prove, termini, orientamenti giurisprudenziali e possibilità di recupero del credito. L’analisi non riguarda quindi soltanto il comportamento del professionista: deve misurare la solidità della pretesa che il cliente avrebbe voluto far valere.
Lo Studio Legale Serpetti di Querciara, con sede a Milano, assiste da oltre vent’anni clienti, avvocati, studi professionali e soggetti assicuratori nelle controversie sulla responsabilità civile e professionale. L’attività comprende la valutazione preventiva, la gestione della richiesta risarcitoria, il contenzioso, la difesa del legale e l’esame della copertura assicurativa. Il lavoro viene svolto con collaboratori esperti e, quando necessario, con consulenti delle discipline coinvolte nella causa originaria.
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ToggleUn’esperienza rara: patrocinio, pubblicazioni e formazione sulla responsabilità dell’avvocato
L’avvocato Antonio Serpetti di Querciara ha dedicato alla responsabilità professionale una parte centrale dell’attività forense e scientifica. È tra i pochissimi avvocati italiani che hanno scritto un volume monografico specificamente dedicato alla materia: La nuova responsabilità dell’avvocato, pubblicato da Giuffrè Francis Lefebvre nel 2022. Nel libro ha sviluppato, tra l’altro, la distinzione tra attività rituali e discrezionali, gli errori processuali più frequenti, le nuove responsabilità collegate al digitale, gli obblighi informativi e l’assicurazione professionale.
La preparazione scientifica non è separata dalla pratica. L’avv. Serpetti esercita dal 2006 ed è abilitato al patrocinio davanti alla Corte di cassazione e alle altre giurisdizioni superiori. La sua attività accademica e pubblicistica comprende oltre cinquanta contributi tra monografie, saggi, opere collettanee e articoli. Ha inoltre tenuto corsi e relazioni per Ordini professionali, associazioni e operatori assicurativi; nel 2023, presso l’Ordine degli Avvocati di Udine, ha svolto tre relazioni dedicate alla responsabilità civile dell’avvocato, alle nuove fattispecie di responsabilità e alla relativa copertura assicurativa.
Questa combinazione di esperienza processuale, studio della casistica e conoscenza del diritto assicurativo è decisiva. Una richiesta contro un avvocato può apparire fondata per la presenza di un termine scaduto e tuttavia non superare la prova del nesso causale; al contrario, una scelta difensiva presentata come discrezionale può rivelarsi irragionevole se ignora una regola chiara o omette un’alternativa indispensabile. Per valutare correttamente il caso occorre conoscere entrambe le prospettive: quella del cliente che lamenta il danno e quella del professionista chiamato a difendersi.
Che cos’è la responsabilità professionale dell’avvocato
La responsabilità professionale dell’avvocato verso il cliente ha normalmente natura contrattuale e trova origine nel contratto di patrocinio o nell’incarico di consulenza. Il professionista non garantisce la vittoria, perché il risultato dipende dalla legge applicabile, dalle prove, dalle iniziative della controparte e dalla decisione del giudice. Garantisce però lo svolgimento diligente, prudente, informato e tecnicamente adeguato delle attività comprese nell’incarico.
Il parametro non è la diligenza generica, ma la diligenza qualificata prevista dall’art. 1176, secondo comma, del codice civile, commisurata alla natura professionale della prestazione. L’avvocato deve conoscere le regole applicabili, rispettare termini e forme, acquisire le informazioni necessarie, aggiornare il cliente, rappresentare rischi e alternative e adottare scelte difensive ragionevoli. Il grado di preparazione esigibile cresce quando l’incarico richiede una competenza specialistica dichiarata o concretamente assunta.
L’art. 2236 c.c., relativo ai problemi tecnici di speciale difficoltà, non attribuisce un’immunità generale. La limitazione ai casi di dolo o colpa grave riguarda in particolare l’imperizia collegata a questioni tecniche davvero eccezionali o particolarmente complesse; non giustifica dimenticanze, omesso studio, inosservanza di termini chiari o violazioni della prudenza e diligenza ordinariamente richieste a un professionista.
Quando l’avvocato può essere responsabile: i quattro elementi da provare
1. L’incarico professionale
Occorre prima definire l’oggetto del mandato. Non tutte le attività astrattamente utili rientrano nell’incarico conferito: una consulenza limitata non coincide con il patrocinio dell’intera controversia, mentre l’assunzione della difesa può comprendere obblighi informativi e conservativi che non dipendono dal rilascio di una procura per il singolo atto. Preventivo, procura, corrispondenza e fatture aiutano a ricostruire l’effettivo perimetro della prestazione.
2. L’inadempimento o errore professionale
Il cliente deve indicare quale condotta avrebbe dovuto tenere il legale e in che modo la prestazione sia stata difettosa. Contestazioni come «la causa è stata gestita male» non bastano. È necessario individuare l’atto non depositato, l’eccezione non sollevata, il termine non rispettato, la prova non richiesta, l’informazione omessa o la scelta strategica che, valutata ex ante, risultava estranea al margine di discrezionalità professionale.
3. Il danno effettivo
L’errore deve avere prodotto una perdita concreta. Se la domanda originaria era infondata, prescritta prima dell’incarico, priva di prova o rivolta contro un debitore definitivamente insolvente, la negligenza può non avere causato un danno risarcibile. Occorre distinguere il valore nominale della pretesa dall’utilità economica che sarebbe stata realmente conseguibile, tenendo conto di costi, rischi, concorso del cliente e possibilità di esecuzione.
4. Il nesso causale
Il passaggio decisivo consiste nel domandarsi che cosa sarebbe accaduto se l’avvocato avesse agito correttamente. Nel giudizio civile si applica la regola del «più probabile che non»: la ricostruzione alternativa deve risultare più plausibile rispetto alle altre spiegazioni del danno. Non basta sostenere che l’attività omessa avrebbe potuto essere utile; occorre dimostrare che avrebbe avuto una concreta efficacia causale.
La perdita della causa non prova la negligenza dell’avvocato
La soccombenza può dipendere dalla debolezza dei fatti, dall’insufficienza dei documenti, dalla testimonianza sfavorevole, da un mutamento interpretativo, dall’insolvenza della controparte o dall’esercizio legittimo della discrezionalità giudiziale. Il professionista deve rendere una prestazione competente, non assicurare un esito che nessun difensore può controllare.
Anche il confronto con una strategia alternativa deve essere svolto ex ante. Una scelta non diventa automaticamente colposa perché, dopo la sentenza, un’altra impostazione appare preferibile. La responsabilità può emergere quando l’opzione prescelta era manifestamente inadeguata, ignorava una regola consolidata, esponeva il cliente a un rischio sproporzionato senza informarlo oppure trascurava una difesa necessaria e concretamente praticabile.
Attività rituali e attività discrezionali dell’avvocato
Il volume La nuova responsabilità dell’avvocato propone una distinzione particolarmente utile per leggere la casistica. Le attività rituali sono gli adempimenti regolati da termini, forme e regole tendenzialmente vincolanti: notificare un atto, iscrivere la causa, depositare una memoria, proporre l’impugnazione, riassumere il giudizio o interrompere la prescrizione. Qui il margine di scelta è ridotto e l’inosservanza è più facilmente qualificabile come errore.
Le attività discrezionali riguardano invece la qualificazione giuridica, la selezione degli argomenti, la scelta dei mezzi istruttori e l’impostazione complessiva della difesa. Il professionista dispone di un margine tecnico che deve essere rispettato. Questo margine, però, non è arbitrio: diminuisce quando la legge ha un significato chiaro, la giurisprudenza è consolidata o una soluzione alternativa presenta rischi evidenti che non sono stati spiegati al cliente.
Gli errori dell’avvocato più frequenti
Prescrizione, decadenza e mancati atti interruttivi
Lasciare prescrivere il diritto del cliente è una delle contestazioni più ricorrenti. Il professionista deve individuare il termine applicabile, considerare con prudenza il termine più breve quando esiste un dubbio ragionevole, compiere atti interruttivi idonei e informare il cliente della necessità di agire. L’interruzione può spesso essere realizzata anche in via stragiudiziale e non richiede necessariamente una procura alle liti.
La responsabilità non è però automatica. Bisogna verificare se il diritto fosse ancora esistente al momento dell’incarico, se l’atto inviato fosse effettivamente inidoneo, se il cliente avesse consegnato le informazioni necessarie e quale somma sarebbe stata recuperabile dal debitore. La perdita di un credito nominale privo di concreta esigibilità non coincide necessariamente con un danno dello stesso importo.
Omessa o tardiva impugnazione
Quando un appello o un ricorso non vengono proposti nei termini, la responsabilità dell’avvocato richiede una valutazione prognostica dell’impugnazione perduta. Il giudice della causa risarcitoria deve riesaminare i possibili motivi, le preclusioni, le prove e la decisione originaria per stabilire se l’impugnazione avrebbe avuto una ragionevole probabilità di accoglimento. L’inadempimento è necessario, ma non sufficiente: senza una prospettiva concreta di riforma manca il danno risarcibile.
Errata individuazione del giudice, della parte o del rito
L’errore può riguardare la competenza, la giurisdizione, la legittimazione attiva o passiva, il rito da seguire o la corretta instaurazione del contraddittorio. La valutazione deve considerare se l’errore fosse evitabile con l’ordinaria preparazione, se potesse essere sanato, se il cliente abbia subito una decadenza e se la domanda potesse comunque essere riproposta. Non ogni pronuncia in rito determina la perdita definitiva del diritto.
Omessa allegazione, prova o contestazione
Una causa può essere compromessa dalla mancata produzione di un documento decisivo, dall’omessa richiesta di una prova evidente, dalla formulazione inammissibile dei capitoli testimoniali o dalla mancata contestazione specifica dei fatti avversari. L’analisi deve stabilire se il mezzo fosse disponibile, ammissibile e realmente idoneo a modificare il risultato. Sono centrali anche le comunicazioni con cui il legale ha chiesto al cliente dati e documenti necessari.
Mancato deposito di atti e processo telematico
Il deposito tardivo di comparse, memorie istruttorie, impugnazioni o atti di riassunzione può produrre preclusioni definitive. Oggi la diligenza professionale comprende la padronanza degli strumenti digitali: firma elettronica, formati ammessi, PEC, ricevute, dimensioni degli allegati e controlli sull’esito del deposito. Il semplice malfunzionamento allegato in modo generico non esonera il professionista; occorre documentare l’anomalia e le attività tempestivamente adottate per superarla.
Custodia di documenti, somme e valori
L’avvocato deve custodire con diligenza fascicoli, titoli e somme ricevute, renderne conto e metterle a disposizione dell’avente diritto. La perdita di un originale decisivo, l’omessa restituzione della documentazione o la gestione non trasparente di somme riscosse possono generare profili risarcitori distinti dall’esito della causa principale. Occorre ricostruire consegna, istruzioni, rendiconto e destinazione dei valori.
Obbligo di informazione, sollecitazione e dissuasione
Il dovere dell’avvocato non consiste soltanto nel compiere atti. All’inizio e durante l’incarico deve spiegare caratteristiche della controversia, opzioni disponibili, rischi prevedibili, costi, durata, possibili strumenti alternativi e attività necessarie per evitare prescrizioni o decadenze. Il rilascio della procura non dimostra da solo che il cliente abbia ricevuto un’informazione completa e comprensibile.
Esiste anche un dovere di sollecitazione: il professionista deve chiedere per tempo documenti, informazioni e decisioni necessarie. E vi è un dovere di dissuasione quando l’azione appare manifestamente infondata, sproporzionata o contraria all’interesse del cliente. Se il cliente insiste dopo essere stato adeguatamente informato, la scelta e le relative avvertenze dovrebbero essere documentate; l’obbedienza alle istruzioni non giustifica comunque atti illeciti o professionalmente inammissibili.
L’informazione è particolarmente importante nelle proposte transattive. L’avvocato non può accettare o rifiutare al posto del cliente senza poteri adeguati, ma deve fornire gli elementi necessari per una scelta consapevole: probabilità, tempi, costi, rischio di insolvenza, effetti fiscali e condizioni dell’accordo. Il danno da mancata transazione non può essere presunto; deve essere collegato a una proposta concreta e a una ragionevole probabilità che sarebbe stata accettata e adempiuta.
Responsabilità in mediazione e negoziazione assistita
L’attività dell’avvocato non perde rilievo quando la controversia esce dall’aula. Nella mediazione e nella negoziazione assistita il legale deve verificare poteri, validità dell’accordo, conformità alle norme imperative, effetti esecutivi e consapevolezza del cliente. Deve inoltre conoscere le materie in cui il previo esperimento del procedimento costituisce condizione di procedibilità e informare l’assistito secondo la disciplina vigente.
La riforma della mediazione ha rafforzato il ruolo dell’assistenza effettiva e della partecipazione informata. Per questo la responsabilità può riguardare non soltanto l’omesso avvio della procedura, ma anche una procura inadeguata, una clausola invalida, la mancata considerazione di profili fiscali o esecutivi e l’accettazione di condizioni pregiudizievoli senza una corretta analisi. Anche qui il danno deve essere provato, evitando di confondere una trattativa non riuscita con una prestazione negligente.
Privacy, sicurezza informatica e uso degli strumenti digitali
Lo studio legale tratta dati giudiziari, sanitari, patrimoniali e familiari di elevata delicatezza. Il rispetto del GDPR, la minimizzazione dei dati, la gestione degli accessi, la sicurezza delle comunicazioni e le procedure in caso di data breach fanno parte della moderna organizzazione professionale. L’invio di un atto al destinatario sbagliato, la divulgazione non necessaria di dati o la conservazione insicura di fascicoli possono produrre un danno autonomo rispetto alla causa seguita.
Il rischio cyber non riguarda soltanto i grandi studi. Phishing, sottrazione delle credenziali, cifratura dei dati, falsificazione delle istruzioni di pagamento e compromissione della PEC possono incidere direttamente sui diritti del cliente. Nella valutazione della responsabilità occorre esaminare misure tecniche e organizzative, formazione dei collaboratori, tracciabilità dell’incidente, tempestività della risposta e coperture assicurative specifiche.
L’impiego di strumenti di intelligenza artificiale non elimina il dovere di verifica. Atti, citazioni, dati personali e strategie non possono essere affidati a un sistema automatico senza controllo professionale, valutazione della riservatezza e verifica delle fonti. Un errore generato da uno strumento rimane rilevante se il legale lo recepisce senza il vaglio richiesto dalla diligenza qualificata.
Il processo sul processo: come si prova il nesso causale
Nelle cause per responsabilità dell’avvocato il giudice deve spesso ricostruire il possibile esito di un’attività mai compiuta: un appello non proposto, una prova non richiesta, un credito lasciato prescrivere. Questa verifica non è una seconda impugnazione della sentenza originaria e non produce effetti sulla controparte di quel giudizio; serve esclusivamente a stabilire se l’omissione del professionista abbia causato il danno lamentato.
La ricostruzione deve separare tre domande. Primo: vi è stato un inadempimento? Secondo: senza quell’inadempimento l’evento sfavorevole sarebbe stato evitato secondo il criterio del più probabile che non? Terzo: quale conseguenza economica è stata realmente perduta? Confondere questi piani porta a risarcire una mera possibilità astratta oppure, all’opposto, a negare valore a una chance concreta.
Sono quindi essenziali il fascicolo originario, la sentenza, gli atti che avrebbero dovuto essere depositati, le prove disponibili all’epoca, la normativa applicabile e la situazione patrimoniale del debitore. La consulenza tecnica può essere utile per profili contabili, fiscali, medici o tecnici della controversia presupposta, ma la valutazione giuridica dell’esito ipotetico rimane affidata al giudice.
Perdita di chance processuale: quando è risarcibile
La perdita di chance processuale è la perdita di una possibilità seria e apprezzabile di ottenere un risultato favorevole. Non coincide con la certezza della vittoria e non può essere ridotta a una formula percentuale scelta in modo intuitivo. La chance deve esistere nel patrimonio del cliente prima dell’errore, deve essere concreta alla luce degli atti e deve essere stata eliminata o ridotta dalla condotta del professionista.
È importante distinguere la probabilità del nesso causale dalla probabilità del risultato. Dire che l’omissione ha causato la perdita secondo il criterio del più probabile che non non significa che il cliente avrebbe certamente ottenuto l’intero valore della domanda. Una volta accertata causalmente la perdita della chance, la sua consistenza incide sulla quantificazione. Una speranza meramente ipotetica o irrisoria non è risarcibile.
Il cluster di ricerca dedicato a «perdita di chance» è particolarmente rilevante nei dati analizzati: la query principale presenta un volume superiore alle varianti più strettamente professionali. Per questa ragione la pagina collega il concetto generale ai casi concreti di omessa impugnazione, prescrizione, prova non dedotta e trattativa perduta, offrendo una risposta giuridica completa senza ripetizioni artificiali della keyword.
Quali danni può chiedere il cliente
Il risarcimento può comprendere danno emergente e lucro cessante che siano conseguenza immediata e diretta dell’inadempimento, oltre alle chance concretamente perdute. Possono rilevare il credito non recuperato, le somme pagate per effetto di una difesa omessa, i costi inutilmente sostenuti, la perdita di un vantaggio economico e gli ulteriori oneri necessari per rimediare all’errore. Ogni voce deve essere allegata e provata, senza duplicazioni.
Il valore della causa originaria non coincide automaticamente con il danno. Devono essere considerate probabilità di accoglimento, limiti della domanda, concorso causale, solvibilità del debitore, costi che sarebbero stati comunque sostenuti e vantaggi residui ottenuti dall’attività professionale. Anche il danno non patrimoniale richiede una lesione seria, specifica e dimostrata; la frustrazione o il disagio per la perdita della lite non generano da soli un risarcimento.
Restituzione del compenso: non è sempre automatica
Il cliente può contestare il compenso o chiederne la restituzione quando l’inadempimento abbia privato la prestazione di utilità. La valutazione non coincide necessariamente con quella del danno risarcibile: un’attività può essere inadeguata senza avere causato la perdita della causa, ma può avere prodotto risultati intermedi o utilità che impediscono la restituzione integrale. Occorre esaminare divisibilità delle prestazioni, gravità dell’inadempimento e rapporto tra attività eseguite e incarico.
La richiesta di restituzione non deve quindi essere formulata come conseguenza automatica della soccombenza. Preventivo, parcella, fasi lavorate, atti depositati e risultati conservativi consentono di stabilire se il compenso sia dovuto, debba essere ridotto oppure sia ripetibile in tutto o in parte.
Prescrizione dell’azione contro l’avvocato
Poiché la responsabilità verso il cliente è normalmente contrattuale, il diritto al risarcimento è soggetto in linea generale al termine decennale dell’art. 2946 c.c. L’indicazione, tuttavia, non risolve il problema del momento iniziale. Il termine decorre da quando il diritto può essere fatto valere e il danno si è manifestato in modo oggettivamente percepibile e riconducibile alla condotta professionale, secondo la concreta fattispecie.
Il dies a quo può quindi collegarsi a una sentenza che rende definitiva la perdita, alla scadenza irreversibile di un termine, alla conoscibilità dell’omissione o a un diverso momento in cui il pregiudizio diventa attuale. La prosecuzione del rapporto con lo stesso avvocato non sospende automaticamente la prescrizione. Per questo ogni caso deve essere verificato subito, anche quando l’incarico non sia ancora formalmente cessato.
La difesa dell’avvocato accusato di negligenza
La difesa non dovrebbe limitarsi a negare l’errore. È spesso più efficace separare inadempimento, causalità e danno, ricostruendo l’incarico, le informazioni disponibili, le richieste rivolte al cliente e la ragionevolezza della strategia al momento in cui fu adottata. Una criticità formale può essere riconosciuta senza ammettere che abbia determinato la perdita economica richiesta.
Occorre inoltre verificare il comportamento del cliente: consegna tardiva dei documenti, informazioni incomplete, rifiuto di proposte ragionevoli, mancata autorizzazione alle attività o aggravamento evitabile del danno possono incidere sulla causalità e sull’art. 1227 c.c. Non è sufficiente invocare genericamente la corresponsabilità; servono comunicazioni e fatti precisi che dimostrino quale conseguenza sia derivata dalla condotta dell’assistito.
Le scelte discrezionali devono essere difese attraverso la cornice esistente ex ante: orientamenti contrastanti, obiettivi dichiarati dal cliente, alternative valutate, rischi documentati e ragioni della strategia. Il senno di poi non è uno standard di colpa. Al tempo stesso, una difesa credibile non deve definire «opinabile» una regola processuale chiara o una scadenza incontestabile.
Polizza RC avvocati, denuncia del sinistro e clausole claims made
L’avvocato è tenuto a stipulare una polizza per la responsabilità civile derivante dall’esercizio della professione secondo l’art. 12 della legge professionale e il decreto ministeriale 22 settembre 2016. La copertura deve essere letta prima di rispondere alla richiesta del cliente. Sono rilevanti definizione di sinistro, richiesta risarcitoria e circostanza, periodo di assicurazione, retroattività, postuma, massimale, franchigia, scoperto, spese di resistenza ed esclusioni.
Le polizze RC professionali operano normalmente secondo il modello claims made: assume rilievo la richiesta formulata nel periodo coperto, secondo le definizioni contrattuali. Il decreto prevede condizioni minime, tra cui retroattività illimitata e, in caso di cessazione dell’attività durante la vigenza della polizza, ultrattività almeno decennale anche a favore degli eredi. Ciò non elimina la necessità di controllare continuità assicurativa, preconoscenza e obblighi di dichiarazione.
La denuncia deve essere tempestiva e tecnicamente coerente. Una comunicazione prematura e generica può non integrare la fattispecie richiesta dalla polizza; una denuncia tardiva può compromettere la garanzia; una risposta al cliente formulata come ammissione può interferire con la gestione assicurativa. Se sono coinvolti collaboratori, praticanti o sostituti, va verificata anche l’estensione soggettiva prevista dalla polizza e dalla disciplina minima.
Come valutare un possibile errore dell’avvocato
1. Conservare il fascicolo completo
Servono mandato, preventivo, procura, atti, verbali, provvedimenti, ricevute di deposito e notifica, PEC, e-mail, messaggi e documenti consegnati. Il fascicolo deve comprendere anche la controversia originaria, non soltanto la corrispondenza con il professionista.
2. Costruire una cronologia verificabile
È utile indicare data dell’incarico, scadenze, consegne, richieste del legale, udienze, provvedimenti e momento in cui il possibile errore è stato conosciuto. La cronologia consente di valutare prescrizione, causalità e copertura assicurativa.
3. Identificare la condotta alternativa
Non basta descrivere ciò che non ha funzionato. Occorre indicare quale atto avrebbe dovuto essere compiuto, entro quale termine, con quali allegazioni o prove e perché avrebbe potuto produrre un risultato migliore.
4. Stimare il risultato realistico
La pretesa originaria deve essere rivalutata come se l’errore non fosse avvenuto. Vanno considerati fondatezza giuridica, prova, difese avversarie, orientamenti dell’epoca e concreta recuperabilità economica.
5. Esaminare subito la polizza
Per il professionista è essenziale verificare se il reclamo o la circostanza debbano essere denunciati. Per il cliente, la presenza della polizza non prova la responsabilità ma può incidere sulla gestione e sulla concreta possibilità di soddisfazione.
Domande frequenti sulla responsabilità dell’avvocato
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La perdita di una causa prova la responsabilità dell’avvocato?
La perdita di una causa prova la responsabilità dell’avvocato?
No. La soccombenza non dimostra automaticamente negligenza, danno e nesso causale. Occorre individuare una condotta professionale inadeguata e provare che, senza quella condotta, il risultato favorevole sarebbe stato più probabile o sarebbe rimasta una chance concreta. -
Quando un errore dell’avvocato dà diritto al risarcimento?
Quando un errore dell’avvocato dà diritto al risarcimento?
Quando esistono incarico, inadempimento, danno effettivo e nesso causale. Un errore puramente formale, sanato o irrilevante per l’esito non basta. Il danno deve essere conseguenza della condotta e non della debolezza originaria della pretesa. -
Che cosa significa processo sul processo?
Che cosa significa processo sul processo?
È la valutazione ipotetica del giudizio o dell’attività perduta. Il giudice della causa risarcitoria ricostruisce che cosa sarebbe verosimilmente accaduto se l’avvocato avesse depositato l’atto, proposto l’impugnazione o dedotto la prova omessa. -
Come si calcola il danno per omessa impugnazione?
Come si calcola il danno per omessa impugnazione?
Si esaminano motivi proponibili, atti, preclusioni, orientamenti e probabilità di riforma della sentenza. Il valore economico viene poi rapportato al risultato realisticamente conseguibile, senza equipararlo automaticamente all’intero importo della causa originaria. -
La perdita di chance processuale è sempre risarcibile?
La perdita di chance processuale è sempre risarcibile?
No. Deve trattarsi di una possibilità concreta, seria e apprezzabile, non di una speranza astratta. Va provato anche che l’errore abbia causato proprio la perdita della chance e che quest’ultima avesse un valore economicamente valutabile.
